PER

GLI OPERATORI SANITARI

COS’È IL CMV


Il CMV umano, il cui nome scientifico è, secondo la più recente classificazione (www.talk.ictvonline.org), Human betaherpesvirus 5, è un virus a DNA strettamente specie-specifico. A questo proposito è importante ricordare che ogni specie ha il proprio citomegalovirus. Pertanto solo quando il contesto umano è inequivocabile si può tralasciare l’aggettivo «umano». 

Gli altri membri della famiglia Herpesviridae che interessano l’uomo sono il virus dell’herpes simplex tipo 1 e 2, il virus della varicella-zoster, il virus di Epstein-Barr e Human betaerpesvirus 6, Human betaherpesvirus 7 e Human gammaherpesvirus 8.

Fu isolato per la prima volta nel 1956 indipendentemente da due gruppi di ricercatori americani. Il primo gruppo lo isolò da un bambino gravemente sintomatico per quella che era chiamata malattia da inclusioni citomegaliche e il secondo gruppo da tessuto adenoideo di bambini sani sottoposti ad adenoidectomia. Fin da subito il CMV ha quindi manifestato la sua duplice natura di virus in grado di causare gravi patologie nei soggetti con sistema immunitario compromesso o di innocuo ospite nei soggetti immunocompetenti.

Nel corso del tempo, il virus ha sviluppato complesse strategie di convivenza con l’ospite umano le quali, insieme alla bassa patogenicità e a modalità di trasmissione uniche e straordinariamente efficienti, hanno consentito al virus una diffusione mondiale. Peraltro, la complessa storia naturale dell’infezione da CMV nell’uomo è ancora in gran parte sconosciuta.

L’infezione da CMV decorre tipicamente in modo paucisintomatico con una sintomatologia sfumata simil influenzale (febbricola, astenia, mialgie) o asintomatico. Se vengono eseguiti esami ematochimici si può osservare un modesto aumento delle transaminasi e/o una formula leucocitaria invertita. In rari casi i sintomi sono importanti con febbre elevata persistente, coinvolgimento del sistema nervoso centrale con grave cefalea e/o sindrome di Guillain-Barré, astenia profonda e perdurante che impongono diagnosi differenziali con altre patologie neurologiche e ematologiche.

Occorre ricordare che nel caso di una diagnosi sierologica di infezione primaria in gravidanza diventa molto importante datare l’inizio della infezione ai fini sia prognostici che di gestione della gravidanza stessa.Una anamnesi attenta permette in molti casi di approssimare l’esordio della infezione con ragionevole precisione. Astenia, cefalea e febbricola variamente combinate sono i sintomi che sono più frequentemente ricordati dalle pazienti (v. Tabella lato destro).

78

Absent


166

Present


100

Fever


81

Fatigue


44

Headcache


44

Arthralglae/Myalglae


25

Rhinitis


25

Pharyngitis


23

Cough


16

Elevated liver enzymes


60

Lymphocytosis


20


Cumulative no. of symptoms/abnormalities per subjects

One


49

Two


48

Three or more


70

Dopo il primo incontro con il virus…

Il CMV condivide con gli altri herpes virus la capacità di rimanere nell’organismo ospite in forma latente dopo l’infezione primaria. Le sedi della latenza non sono ancora del tutto note ma endoteli e macrofagi sono tra le sedi più probabili. Allo stato latente il CMV non si replica e non viene rilasciato in forma infettante.In determinate circostanze, e per cause ancora in gran parte ignote ma verosimilmente legate a stati transitori di ridotta efficienza del sistema immunitario, il CMV può riattivarsi, riprendere a replicarsi in modo completo ed essere nuovamente eliminato in forma infettante con diversi liquidi biologici quali saliva, urine, secrezioni genitali e latte.

E’ importante ricordare che mentre l’infezione primaria è sempre accompagnata dalla presenza del virus nel sangue periferico come particelle infettanti (viremia) e/o DNA (DNAemia), il CMV è quasi mai rilevabile nel sangue durante le riattivazioni. Le riattivazioni sono importanti per il virus che, raggiungendo e infettando nuovi individui, riesce a sopravvivere al proprio ospite.

Esiste infine la possibilità che un individuo già infettato in precedenza possa andare incontro ad una nuova infezione (reinfezione) qualora venga in contatto con un ceppo di virus con caratteristiche antigeniche diverse da quelle del ceppo originario e per il quale la risposta immune preesistente non è sufficiente o adeguata. Al momento non esiste un test che possa distinguere una riattivazione da una reinfezione. L’unico approccio possibile consiste nell’eseguire un’analisi genomica comparativa di ceppi virali sequenziali ottenuti dallo stesso individuo. Da un punto di vista pratico, riattivazioni e reinfezioni vengono genericamente chiamate infezioni ricorrenti o, soprattutto nell’ambito della gravidanza, infezioni non primarie.

Le conoscenze attuali circa la presenza del CMV e la relativa risposta immune umorale (anticorpi) e cellulo-mediata (linfociti) osservabile nel corso di una infezione primaria, una riattivazione, una reinfezione in un soggetto immunocompetente sono schematicamente riportate nella sottostante tabella.

Positività sporadiche possono essere legate all’utilizzo di test scarsamente specifici e richiedono conferma


L’importanza del CMV in gravidanza

La trasmissione verticale dell’infezione può essere conseguente a una infezione materna primaria o non primaria. E’ però assodato che l’infezione primaria comporta il maggior rischio di trasmissione (circa 40%).

Ad oggi, i meccanismi patogenetici responsabili della trasmissione in utero sono scarsamente noti. Si ipotizza che, nell’infezione primaria, il CMV possa raggiungere e infettare la placenta durante la disseminazione ematogena che avviene nel corso della fase viremica. Come e in quali casi il CMV riesca poi a infettare il feto non è noto. Si sa, però, che l’intervallo di tempo che intercorre tra l’infezione materna e l’infezione fetale può essere piuttosto lungo e, in alcuni casi, durare anche 8-12 settimane. Questa osservazione è importante sul piano pratico perché giustifica la opportunità di procrastinare una eventuale amniocentesi di almeno sei settimane dal presunto inizio della infezione materna onde evitare il rischio di un risultato falso negativo. Inoltre, spiega perché una infezione primaria contratta del primo trimestre non comporta necessariamente una prognosi sfavorevole in caso di infezione congenita. Al momento, fattori materni che possano essere affidabilmente utilizzati a fini prognostici di trasmissione in utero e di malattia fetale su base individuale restano elusivi.

Infine è importante sottolineare che la diagnosi di infezione primaria pur essendo impegnativa è fattibile in modo affidabile e, nel caso la diagnosi venga confermata, il counseling e la gestione della gravidanza sono relativamente codificati sulla base di esperienze e conoscenze disponibili. Al contrario, sono molteplici le difficoltà e le insidie che il sospetto di una infezione non primaria comporta a cominciare dalla diagnosi. Pertanto, in considerazione delle conseguenze e delle decisioni irrevocabili che conseguono a una diagnosi di infezione da CMV in gravidanza, è essenziale che il medico/specialista si rivolga a centri con esperienza specifica nel caso di risultati di laboratorio suggestivi per una infezione primaria o non primaria.

Quando si desidera un bambino…

Dal 1995 al 1998 l’Italia è stato l’unico paese nel quale la determinazione dello stato immunitario anti CMV era gratuito sia prima che in gravidanza. Poi, il Ministero della Salute (allora Sanità), decretò che solo la toxoplasmosi e la rosolia, l’una perché curabile e l’altra perché prevenibile, avrebbero continuato a beneficiare dell’esenzione per la ricerca degli anticorpi specifici per i rispettivi agenti. Recenti studi hanno invece mostrati che è possibile sia una prevenzione primaria dell’infezione da CMV in gravidanza (mediante l’applicazione di norme igienico-comportamentali), sia la prevenzione secondaria farmacologica (mediante somministrazione di immunoglobuline o valacyclovir, vedi sezione (“Ricerca”) della trasmissione del virus al feto, se si interviene tempestivamente dopo l’infezione. Attualmente, buona parte delle donne italiane in età fertile viene comunque testata nonostante la determinazione dello stato immunitario per il CMV non sia raccomandata e il costo del test continui ad essere a carico della donna. Per contro l’Italia rappresenta un fiorente mercato per le molteplici ditte che operano nel settore della sierologia e il CMV è un prodotto trainante quasi esclusivamente sostenuto dal suo utilizzo in gravidanza.

La posizione delle autorità sanitarie complica e in parte vanifica il potenziale beneficio derivante dalla diffusione de facto del test mancando l’occasione per ottimizzare la ricaduta clinica di questo screening soprattutto in termini di prevenzione. A questo proposito, maggiore impegno dovrebbe essere posto nell’individuare, testare, informare (ed esentare) almeno le categorie di donne in età fertile a elevato rischio di infezione primaria:

donne sieronegative alla seconda o più gravidanza

donne che svolgono professioni che comportano contatti stretti e prolungati con bambini piccoli

donne che affrontano un percorso di procreazione medicalmente assistita

Poiché lo screening attualmente eseguito prevede la contemporanea determinazione degli anticorpi IgG e IgM anti CMV e non infrequentemente possono sorgere difficoltà nell’interpretazione dei risultati, il momento migliore per definire lo stato immunitario è prima della gravidanza. Lo scopo principale è quello di identificare le donne suscettibili di contrarre l’infezione primaria durante una eventuale gravidanza.

Il riscontro di sieronegatività deve essere sempre accompagnato da poche ma essenziali informazioni sul fatto che:

la assenza di anticorpi significa potenziale rischio di contrarre l’infezione da CMV

l’infezione da CMV può rappresentare un serio problema se contratta nel primo trimestre di gravidanza o in epoca periconcezionale

l’infezione si può prevenire con adeguate misure igienico-comportamentali da attuarsi in caso di gravidanza e di persistente sieronegatività

è consigliabile controllare lo stato anticorpale almeno una volta all’anno o più frequentemente in caso di gravidanza programmata e, in caso di gravidanza, il più precocemente possibile.

E’ importante ricordare che la determinazione dello stato anticorpale se non è seguita dalle opportune informazioni in caso di sieronegatività, è inutile. Inoltre, in caso di risultati compatibili con una infezione primaria in corso, le attuali conoscenze suggeriscono di procrastinare una eventuale gravidanza di almeno 6-8 mesi. Ciò sulla base che, in alcuni casi, è possibile riscontrare bassi livelli di DNA virale circolante (DNAemia) anche a distanza di alcuni mesi dall’inizio della infezione primaria. Una fase viremica potenzialmente ancora attiva è da considerarsi una controindicazione a un concepimento naturale o, a maggior ragione, a procedure per una fecondazione medicalmente assistita.


In gravidanza

Nella maggior parte dei casi, la donna è già in gravidanza quando viene testata per il CMV e non sempre questo avviene contestualmente agli altri test per gli agenti infettivi (Toxoplasma, virus della rosolia, epatite, HIV) che sono solitamente prescritti non appena lo stato di gravidanza è accertato. Molto dipende dalle conoscenze e dall’atteggiamento del singolo ginecologo. Poiché, come già sottolineato nel precedente punto, lo scopo prioritario del test è l’individuazione delle gravide sieronegative affinché possano essere informate e monitorate, quanto prima viene eseguito il test (idealmente prima della gravidanza) tanto meglio è dal punto di vista della prevenzione (vedi punto 4).

In caso di infezione primaria periconcezionale o in gravidanza (primo o secondo trimestr), alla mamma può essere offerta gratuitamente una terapia con un farmaco antivirale, il valaciclovir, per ridurre il rischio di trasmissione materno-fetale dell’infezione, secondo le indicazioni dell’AIFA (Determina 16 dicembre 2020 AIFA, n.142618/2020, Gazzetta Ufficiale n.322 del 30-12-20) presso gli Ambulatori di Clinica delle Malattie Infettive o della Clinica Ostetrica e Ginecologica di ospedali specializzati.

Occorre infine richiamare l’attenzione del curante/ginecologo a quei risultati dove la presenza di anticorpi virus-specifici risulta scarsa o dubbia. E’ stato infatti segnalato prima e dimostrato poi che bassi livelli di IgG CMV-specifiche non sono sempre associati a una vera sieropositività ma possono essere dovuto a scarsa specificità del test impiegato (Huzly D et al., European Congenital CMV Initiative Meeting, Venice 2016, Abstract 075; Furione M et al., J. Clin. Virol. 104:34-38, 2018). Dal punto di vista pratico si suggerisce di considerare come potenzialmente negativi tutti i risultati equivoci, border-line o fino a tre volte il valore del cut-off e di informare le gravide sia dell’interpretazione del risultato sia della opportunità di adottare le norme igieniche. Si raccomanda, infine, di monitorare il risultato durante la gravidanza sempre presso lo stesso laboratorio.


Prevenzione

La prima segnalazione della potenziale efficacia di norme igieniche-comportamentali per la riduzione del rischio del rischio di infezione primaria risale al 1996 (Adler S et al., Ped. Infect. Dis. J. 1996; 15:240-6). Madri di bambini che eliminavano il virus con saliva/urina si infettavano significativamente di più rispetto a madri nelle stesse condizioni di rischio che, adeguatamente informate sulle modalità di infezione, adottavano misure igieniche preventive. Nei successivi 20 anni altri 4 studi sono stati condotti in USA (Adler SP et al., J. Pediatr. 2004;145:485-91), Francia (Picone O et al., BJOG. 2009;116:818-23; Vauloup-Fellous C et al., J. Clin. Virol. 2009; 46S: S49-S53) e Italia (Revello, MG et al., EBio Medicine 2015) e tutti hanno confermato l’efficacia delle norme igieniche. Il fatto che tutt’oggi la grande maggioranza delle donne che contraggono l’infezione primaria in gravidanza lamenta la totale mancanza di informazione al riguardo, testimonia come conoscenze acquisite e confermate da tempo, potenzialmente applicabili su larga scala, poco costose, prive di effetti collaterali e efficaci siano di difficile attuazione nella pratica clinica.

D’altra parte, affinché la prevenzione anti-CMV sia efficace occorre che vengano soddisfatti alcuni requisiti ovvero che la donna: sia in gravidanza o pianifichi una gravidanza, che sia a conoscenza di essere sieronegativa, che sia stata informata correttamente, che sia a rischio di infezione per contatti stretti e prolungati con bambini <36 mesi e che, ovviamente, si impegni a osservare le raccomandazioni. Una prevenzione basata sulla modifica di un comportamento non è mai di facile attuazione e il suo successo dipende totalmente dall’impegno individuale. Nella fattispecie, il ruolo dei sanitari è centrale e la loro collaborazione imprescindibile.


Infezione congenita: Diagnosi

Le possibili fasi nella patogenesi della trasmissione in utero dell’infezione includono in successione: la disseminazione ematogena materna, l’infezione della placenta, il superamento della barriera placentare, l’infezione sistemica fetale, la attiva replicazione ed escrezione del virus con le urine nel liquido amniotico. Quando l’infezione primaria materna avviene nel primo trimestre di gravidanza, è possibile prendere in considerazione la possibilità di una diagnosi prenatale di infezione congenita mediante amniocentesi. Nel suggerire e pianificare una eventuale amniocentesi occorre però tenere presente alcuni requisiti fondamentali il più importante dei quali è che l’intervallo di tempo tra infezione materna, eventuale infezione fetale e riscontro del virus nel liquido amniotico è variabile nel senso che possono intercorrere anche 10-12 settimane tra l’inizio della infezione materna e l’infezione fetale. Ciò comporta che procedure invasive troppo precoci rispetto all’infezione materna possono dare risultati falsi negativi come pure amniocentesi eseguite prima che la diuresi fetale sia sufficientemente sviluppata. Pertanto, al fine di ottenere un risultato il più possibile affidabile si raccomanda di eseguire la procedura non prima della 20ma settimana di gestazione e di lasciare trascorrere almeno 6-8 settimane dal presunto inizio dell’infezione materna. E’ consigliabile inoltre di attendere, se possibile, la negativizzazione della DNAemia materna ad evitare un eventuale rischio di trasmissione iatrogena.

La ricerca del DNA virale nel liquido amniotico mediante qPCR è la tecnica di riferimento per la diagnosi prenatale per la sua specificità assoluta e la elevata sensibilità (95%). E’ importante che la gravida sia a conoscenza di questo limite di sensibilità come pure del fatto che una eventuale infezione fetale dopo l’accertamento prenatale, avvenendo in un’epoca avanzata della gravidanza, non comporta conseguenze rilevanti sul piano clinico.

Per quanto riguarda eventuali fattori prognostici di malattia fetale, occorre ricordare che la carica virale nel liquido amniotico, anche se mediamente più elevata nei feti sintomatici, è poco affidabile nei singoli casi se non in presenza di carica virale molto bassa o assente generalmente associata a una prognosi favorevole. Ulteriori informazioni utili ai fini prognostici richiedono un prelievo di sangue fetale (cordocentesi) e la determinazione di piastrine, DNAemia, IgM virus specifiche e Beta2microglobulina. La presenza di 3 o più parametri alterati (piastrinopenia, DNAemia elevata, alti livelli di IgM e di beta2microglobulina) depone per una situazione di sofferenza fetale e una prognosi incerta/sfavorevole (Fabbri E et al., BJOG 2011;118:448–456).

Questa ultima procedura invasiva a fini prognostici viene attualmente eseguita solo presso alcuni centri, tra cui il Policlinico San Matteo a Pavia, l’Ospedale Buzzi e la Clinica Mangiagalli a Milano.


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